martedì 5 luglio 2016

La BioPiscina istruzioni per l'uso



Il concetto di “biopiscina” detta anche “laghetto naturale balneabile” è relativamente nuovo e inizia ad affermarsi, in Svizzera, Austria e Germania, nei primi anni Ottanta del secolo scorso. La differenza tra la piscina tradizionale e la “biopiscina” sta nel differente trattamento delle acque. Infatti, la piscina tradizionale, per purificare l’acqua e renderla atta al nuoto e allo svago, si affida a sistemi chimici. La “biopiscina” invece si affida a sistemi di filtrazione naturale che sono rappresentati dalla microflora e microfauna e dalle piante acquatiche (spondali, palustri, sommerse, galleggianti). Le piante hanno la funzione di assorbire azoto disciolto nell’acqua per limitare i fenomeni di eutrofizzazione che portano ad una forte presenza di alghe e di intorbidimento dell’acqua. La microflora e la microfauna hanno la funzione di vero e proprio filtraggio. Per potere ottenere un filtraggio naturale occorre dividere la “biopiscina” in due parti: la zona balneabile, utilizzabile per il nuoto e le attività ricreative e la zona cosiddetta di “rigenerazione”. In questa si collocano le piante acquatiche e si ha la maggior presenza di microflora e microfauna utile (presenti, anche, nell’acqua della zona balneabile). L’impermeabilizzazione viene ottenuta con teli in pvc. La biopiscina, pertanto, è un luogo vivo che deve raggiungere un equilibrio tra le popolazioni degli organismi viventi che lo abitano; al contrario, la piscina tradizionale è un ambiente asettico in cui la balneabilità è raggiunta in totale artificialità.


Il disegno

La “biopiscina” può assumere un disegno classico regolare, per lo più rettangolare ma si possono creare anche soluzioni miste in cui ad una parte regolare se ne associa una di forma irregolare o addirittura realizzare una forma completamente irregolare. Questi due ultimi esempi si adattano meglio ai giardini “irregolari” o naturaliformi, dove la vegetazione assume una disposizione e una forma che imita la natura. La piscina tradizionale può essere convertita, con opportuni accorgimenti in biopiscina e se ne può anche cambiare il disegno generale, ampliando la superficie destinata a quest’uso.

Le varie tipologie

Le “biopiscine” possono avere un grado di naturalezza più o meno spinto. Si passa cioè da biopiscine in cui non vi sono elementi tecnici accessori a biopiscine in cui il filtraggio naturale è molto spinto. Nel primo caso i costi sono più contenuti, ma si hanno tutti gli “inconvenienti” di nuotare in un laghetto artificiale. Nel secondo caso ci si avvicina maggiormente alle condizioni di acqua e di ambiente acquatico che si possono trovare in una piscina tradizionale con costi più alti rispetto al primo caso. Le biopiscine naturali, a bassa tecnologia e a media tecnologia, se ben progettate e convenientemente manutenute, raggiungono un equilibrio biologico in 3-5 anni, dopodiché l’impegno manutentivo subirà una notevole riduzione.

Biopiscina naturale

La biopiscina naturale, quindi, rappresenta la tipologia più semplice ove il controllo dell’acqua non prevede apporti tecnologici esterni quali pompe e filtri. La zona balneabile e la zona di rigenerazione hanno le stesse dimensioni (rapporto 1:1) e deve, per raggiungere un equilibrio naturale, essere di almeno 150 mq, la componente vegetale deve essere differenziata (piante palustri, spondali, sommerse e galleggianti); vi è una certa ricchezza di fauna rappresentata, prevalentemente da insetti e anfibi e quando si nuota si passa molto vicino alle piante, proprio come se si nuotasse in un laghetto naturale. La manutenzione deve essere regolare per garantire una durata nel tempo delle condizioni di balneabilità dell’acqua.

Biopiscina a bassa tecnologia

La biopiscina a bassa tecnologia prevede l’applicazione di una pompa, posizionata all’esterno della biopiscina, a basso consumo (24 volts), che consente il ricircolo dell’acqua pari al 20% del volume totale nell’arco delle 24 ore. Il rapporto tra area balneabile e area di rigenerazione e la tipologia di vegetazione da adottare sono analoghi alla precedente categoria.

Biopiscina a media tecnologia

La biopiscina a media tecnologia rappresenta la soluzione maggiormente utilizzata in quanto consente un migliore controllo delle condizione ambientali e allo stesso tempo mantiene un alto grado di “naturalezza” a costi relativamente contenuti. Prevede l’applicazione di una pompa, posta all’esterno della biopiscina, in grado di assicurare la circolazione dell’intero volume di acqua entro le 24 ore; e di skimmers. L’acqua deve essere immessa nella biopiscina dalla pompa in modo tale da creare un flusso superficiale che contribuisce alla pulizia dei materiali più grossolani quali foglie, semi, alghe che vengono intercettati dagli skimmers. La zona di rigenerazione deve occupare il 40% del totale e la vegetazione, essendoci meno elementi nutritivi di origine organica, deve essere selezionata escludendo le piante con foglie galleggianti (ad esempio le ninfee). La manutenzione deve essere soprattutto rivolta alla pulizia delle ceste degli skimmers che raccolgono la sostanza organica grossolana, il controllo delle piante, che non diventino troppo invasive, e la pulizia del fondo almeno 1 volta all’anno.

Biopiscine ad alta tecnologia

Le biopiscine ad alta tecnologia, rispetto la categoria precedente, prevedono un filtraggio più spinto mediante l’apposizione di filtri di natura organica o minerale (ghiaia o microfibre). La pompa deve essere più potente rispetto la precedente in quanto il ricircolo dell’intero volume di acqua deve avvenire due volte al giorno, da qui maggiori costi di energia elettrica ma anche maggiori oneri manutentivi. I vantaggi, se tali si possono considerare, sono una maggiore limpidezza e trasparenza dell’acqua, la possibilità di un utilizzo intenso e una maggiore area di balneazione, infatti la zona di rigenerazione può essere introno al 30-35% del totale.

Biopiscine ad altissima tecnologia

Le biopiscine ad altissima tecnologia impiegano maggiori ausili tecnici per aumentare la zona balneabile a scapito di quella destinata alla rigenerazione, che solitamente non è contigua alla balneabile. La zona di rigenerazione si limita ad interessare il 30% circa della superficie complessiva. Si ricorre al filtraggio soprattutto mediante impiego di filtri minerali (zeolite, ghiaia, ecc.) e si tende a ridurre anche considerevolmente la presenza delle piante acquatiche. Il sistema di pompaggio deve assicurare il ricircolo dell’acqua più volte al giorno. Si ha, quindi un aumento dei costi gestionali e manutentivi (pulizia o sostituzione dei filtri).



Nonostante sia molto bella, la biopiscina nasconde anche qualche problematica, ad esempio nei mesi caldi con temperature molto alte si potrebbero verificare dei seri problemi di contaminazione da batteri, pertanto oltre al monitoraggio sarà opportuno usare dei prodotti naturali e biologici per la "cura dell'acqua".
Come detto nell'introduzione, le biopiscine nascono in Svizzera, Austria e Germania, cioè in nazioni con temperature medie estive molto più basse delle nostre.
Il mio consiglio, per chi vuole optare per una biopiscina, è quello di informarsi bene e sul reale funzionamento, perchè in questo caso la disinformazione, l'improvvisazione e l'ignoranza può giocare davvero dei brutti scherzi, anche molto pericolosi.


Riccardo Frontini




sabato 18 giugno 2016

Il Giardino Sensoriale e gli Ortogiardini



In questo articolo voglio continuare parlando della progettazione degli Ortogiardini e soprattutto delle caratteristiche dei giardini Sensoriali, cioè quelli che permettono di intensificare l'uso di uno dei cinque sensi che ci appartengono, e che in base ad una corretta progettazione permettono di giungere in porzioni del giardino dove ogni senso è più sviluppato, grazie all'uso di piante, acqua e materiali.

Iniziando con gli ortogiardini, le differenti tipologie si possono elencare e definire così:

ORTI-GIARDINI PER NON-VEDENTI
Stimoli sensoriali legati al tatto (materiali per sentieri, bordi, corrimano, trama del fogliame consistenza delle foglie), all’olfatto (fioriture, piante aromatiche, resinose essenze a foglia profumata), all’udito (uccelli, piccoli animali, fruscio foglie, pavimentazione sentieri), al gusto (frutta e verdura).

ORTI-GIARDINI PER BAMBINI
Aspetto ludico legato al movimento e al gioco, acqua, sabbia. Orientamento spazio temporale, attività multidisciplinare che coinvolge tutte le materie insegnate (geografia, matematica, lingua, scienze ecc.).

ORTI-GIARDINI PER ANZIANI
Mantenimento attività fisica, legame con il passato, simbolo di vita, orto familiare aiuole piante in vaso all’interno degli istituti.

ORTI-GIARDINI PER CARCERE
Sviluppo dell’autostima, accudimento, sospensione del giudizio, gratificazione risultato sia pratico che estetico (orto, frutteto, abbellimento degli spazi interni al carcere, inserimenti in progetti esterni).

ORTI-GIARDINI PER MALATI
Rilassamento, riduzione sensibilità al dolore, miglioramenti più veloci.

ORTI-GIARDINI PER DISABILI
Attività per mantenere e sviluppare abilità intellettuali e sociali attraverso lo stimolo sensoriale mirato.




Per quanto riguarda il giardino sensoriale in fase di progettazione dovremmo tener conto di queste particolari condizioni per ottenere il risultato sperato in ogni singola area dedicata ad uno dei cinque sensi:

TATTO: (mano, polpastrelli, piede, corpo) toccare per percepire le superfici, dà il confine del nostro corpo… tatto e movimento, contatto volitivo, fare precocemente esperienze tattili previene l’apatia, bisogno del bambino di toccare ed essere toccato, prolungare le esperienze tattili nel tempo.
IN GIARDINO: progettare percorsi stretti ( boschetti di bambù, siepi) e frondosi, toccare materiali diversi, accarezzare piante e foglie particolari, tronchi, creare sabbionaie e pietraie….

VISTA: (occhi e vista nelle varie ore della giornata) la luce plasma l’occhio che è a contatto con il cervello, stimolare la vista precocemente migliora il senso della distanza, creare effetti di chiaroscuro, luce ed ombra, poi i colori.
IN GIARDINO: giocare sul portamento e forma piante, puntare sul colore delle foglie anche nel trascorrere delle stagioni, creare belle prospettive, dare il senso della profondità, alto basso, anche con vasi e fioriere di diverse grandezze, i fiori come tavolozza con cui dipingere il giardino.

UDITO: (orecchio suono) il suono aiuta a cogliere qualità particolari, nella spirale dell’orecchio ci sono forze spirituali fonte di ispirazione interiore (sentire dentro) canto degli uccelli che cambia nei diversi momenti della giornata, saper cogliere le differenze distinguere tra udire/sentire (legato al sentimento) e ascoltare (legato alla concentrazione).
IN GIARDINO: cogliere i diversi suoni delle fronde, degli elementi naturali (vento pioggia…) rumore dei lombrichi calpestare un tappeto di foglie secche, far cantare i semi, il suono dell’acqua cascate zampilli….

OLFATTO: aiuta a capire la qualità delle cose, ciò che va e che non va (sano/marcio), ciò che porta salute (non solo fisica ma anche spirituale) ci aiuta a percepire anche le qualità morali delle cose (qualcosa che “puzza”).
IN GIARDINO: fare contrasti di odori e puzze ( fiori-arbusti) piante aromatiche terra fertile humus (profumo del bosco) terreno che puzza e profuma (compost), decomposizione come fonte di vita….

GUSTO: legato a ciò che porta salute o no al mangiare ad alimentarsi (e alle sue patologie) alla vita stessa percepire ciò che è sano o no legato più alla salute sul piano fisico sviluppo del piacere di assaggiare.
IN GIARDINO: l’orto è il luogo per eccellenza per fare esperienze di gusto imparare i sapori dolce, amaro, aspro, verde, maturo…. 



Riccardo Frontini - Agronomo Paesaggista


domenica 12 giugno 2016

ORTOTERAPIA - Progettare al servizio delle persone


Che le piante siano importanti per le persone è evidente sotto molti aspetti. I fiori sono spesso al centro di occasioni gioiose ma anche in caso di eventi tristi. Dedicarci anche solo per qualche ora alla cura di un orto, di un giardino o di un balcone ci avvicina alla terra, ci mostra i tempi della natura, ci insegna i ritmi delle stagioni, pone un limite alla nostra fretta, ci istruisce su come interagire con l’ambiente che ci circonda, ci rende più attenti e responsabili nei confronti della natura. In questo contesto si inserisce la TERAPIA ORTICOLTURALE che è un particolare tipo di terapia occupazionale che utilizza il rapporto con le piante e la terra per agire sulle varie problematiche che possono affliggere un individuo.

Più specificamente si può definire l’ORTOTERAPIA come una forma di cura che usa le piante, l’attività di giardinaggio e l’innata affinità che noi sentiamo verso la natura come mezzo professionale in programmi di terapia e riabilitazione. Principale scopo della riabilitazione è permettere all’individuo di raggiungere il suo massimo livello di indipendenza psicologica, sociale, fisica ed economica.

Il rapporto affettivo che si instaura tra la persona che ha problemi psichici e la pianta che cresce la aiuta ad imparare a prendersi cura di un altro organismo, assumendo delle responsabilità quindi aumentando la fiducia in se stessa e nelle proprie capacità. Le piante e gli animali consentono al paziente che se ne occupa di esercitare il suo controllo , la loro crescita, la loro vita riproduttiva e la loro morte forniscono l’immagine di un microcosmo di tutte le fasi dell’esistenza e dell’accettazione di ognuna. Il giardinaggio si pone quindi come ambito creativo di cura e di lavoro che offre all’individuo disagiato un ambiente dove realizzare se stesso. Inoltre queste attività si prestano molto al lavoro di gruppo sviluppando un senso di appartenenza, favorendo la socializzazione e la convivenza. Altri ambiti che vengono sviluppati sono la manualità, il piacere di lavorare all’aria aperta e l’interazione con l’ambiente.
I principali aspetti che interessano la terapia orticolturale sono:

  • ASPETTO TERAPEUTICO
  • ASPETTO SOCIALE
  • ASPETTO PROFESSIONALE
ASPETTO TERAPEUTICO

L’ortoterapia può stimolare diverse aree quali:
  • COGNITIVA: memoria, pensiero logico, orientamento, il linguaggio, il giudizio, la capacità di calcolo e apprendimento, la concentrazione, l’attenzione, la capacità di lettura e scrittura, la capacità di previsione e proiezione.
  • FISICA: per svolgere l’attività sono richiesti movimenti unilaterali e bilaterali, la coordinazione di movimenti fini, globali ed oculo-motori, forza e resistenza muscolari, dosaggio della forza, mantenimento delle posture, equilibrio, capacità olfattive( il profumo dei fiori e della terra), gustative( il sapore dei frutti a livelli diversi di maturazione, dolce-salato-amaro-acido), uditive ( il canto degli uccelli, il rumore dell’acqua e del vento), visive ( riconoscimento delle forme, dei colori, l’uso dello spazio) e soprattutto tattili ( consistenza, temperatura, umidità…)
  • COMPORTAMENTALE: il contatto con la natura riduce lo stress, i comportamenti aggressivi, l’affaticamento mentale, aiuta a combattere la depressione e l’ansia, distrae dalle stereotipie, stimola l’accudimento e il senso di responsabilità, stimola la pazienza, il rispetto delle regole, invoglia all’esplorazione dello spazio circostante, aiuta l’autocritica, il lavoro di gruppo porta al rispetto delle esigenze altrui

ASPETTO SOCIALE

L’attività di terapia orticolturale stimola le capacità affettive (il paziente si prende cura delle piante che gli sono state affidate); aiuta a migliorare l’autonomia, offre momenti di progettazione partecipata con la formulazione di proposte sui lavori da eseguire, migliora l’autonomia sulla gestione dell’abbigliamento e l’igiene personale, offre un’attività gratificante attraverso lavori creativi e piacevoli. Veder crescere una piantina seminata da noi ci fa sentire capaci di fare qualcosa e questo aiuta l’autostima. La competenza lavorativa che si acquisisce migliora il concetto di sé e facilita la socializzazione stimolando il senso di responsabilità e l’iniziativa.

ASPETTO PROFESSIONALE


Dove il tipo di disagio della persona che partecipa ad un’attività di ortoterapia lo consente è possibile progettare un percorso riabilitativo che permetta l’acquisizione di competenze specifiche per un possibile inserimento nel circuito lavorativo. Questo può essere possibile utilizzando lo strumento delle borse lavoro e dell’inserimento in cooperative sociali che si occupano del verde sia pubblico che privato. 



Ad oggi sono stati eseguiti molti progetti di questo genere dove si uniscono diverse professionalità, alla base rimane fondamentale in ogni modo, trasportare i concetti di progettazione classica, non più al servizio della bellezza o la comodità, ma soprattutto al servizio della persona, intersecando bene gli aspetti sopracitati, con gli obiettivi e con la capacità di progettare.

Riccardo Frontini

giovedì 26 maggio 2016

LA CARTA DEGLI ALBERI CADUTI - Un esperimento di condivisione tecnica



Bene è da qualche tempo che sto cercando di condividere e chiedere condivisioni in ambito Arboricolturale a colleghi professionisti.

Ragionando con un amico, ho avuto questa idea, che dovrà essere sicuramente perfezionata ma che oggi ha posato il seme di un nuovo modo di condivisione, dove tutti potranno entrare e partecipare alla raccolta di informazioni ainserendo le proprie esperienze e ciò che può essere di aiuto, per migliorare la gestione del verde urbano.

Grazie ad un programma free, ho creato una mappa su cui è possibile inserire dati e posizionare in ambito nazionale, le alberature che hanno avuto un cedimento e che quindi sono cadute rovinando al suolo, è possibile inserire una descrizione dell'evento e una diagnosi (se si è in grado) dell'accaduto.

Sarà un'area aperta, completamente libera dove sarà possibile entrare e condividere e recepire informazioni, sta alle persone ora, tecnici e non, saper condividere operazioni ed informazioni del genere.

Tutto questo, potrà essere un ottimo strumento per i valutatori di stabilità o per tutti coloro che si occupano di Arboricoltura, potrà però ,  essere anche uno splendido strumento di idiozie e inadeguatezze.

Sto perfezionando le impostazioni, e credo di riuscire a metterla on line per la fine di giugno, intanto incamerate dati, si accettano sugerimenti e idee per affrontare questa nuova avventura insieme.

Spero davvero che abbia un futuro e che possa in qualche modo funzionare, è una prova, sono fiducioso e chiedo la vostra partecipazione.

Grazie

Riccardo Frontini

www.drfrontini.it
facebook

venerdì 29 aprile 2016

SICUREZZA DELL'ALBERO 3 - importanza del sito di impianto - "la buca per l'albero"


Giunti a questo terzo appuntamento, andiamo ad esaminare l'importanza del sito di impianto, più volgarmete definito "la buca dove mettere l'albero".

Nel momento della piantagione dell'albero, si ipotecano quelle che sono le aspettative future di radicamento dell'albero stesso, e di conseguenza, la stabilità nei riguardi dello scalzamento e soprattutto la vitalità e la salute dell'albero in fsse di accrescimento e sviluppo.

In molti, superficialmente, credono che fare una buca, infilarci la pinta dentro e dargli un po' d'acqua, sia la cosa più efficace da fare. Paradossalmente invece, questa fase è di fondamentale importanza e le variabili da considerare sono davvero tante.


Inizialmente, ancor prima di creare il sito, occorre capire dove scavare e come scavare. Il dove, è dipeso dalla scelta del posizionamento dell'alberatura, in pratica, occorre fare attenzione se la buca verrà fatta in prossimità di muri (che possono diventare un ostacolo alle radici, al colletto ed al fusto), oppure lungo delle linee tecnologiche interrate (fognature, guaine elettriche, tubi di irrigazione o dell'acqua potabile.


Nonostante le reti tecnologiche, possano essere anche a profondità maggiori di quelle raggiunte con il foro o che raggiungerà l'apparato radicalea pieno sviluppo, se successivamente all'impianto, dovessimo effettuare delle manutenzioni straordinarie per via di rotture o modifiche alle reti, ci ritroveremmo a dover togliere la pianta (nel peggiore delle ipotesi) o danneggiare l'apparato radicale per scavare e raggiungere la rete tecnologica.



Danneggiare l'apparato radicale significa recare dei danni fisiologici critici e soprattutto rendere la pianta instabile per via della ridotta presa delle radici sul terreno.




Non da meno sono le linee tecnologiche aeree, come i cavi elettrici della bassa tensione, questi, per legge, non devono avere piante alto fusto sotto la loro proiezione a terra, altrimenti incorreremmo nel rischio, che le ditte di manutenzione della linea elettrica, vengano a "potare" le nostre alberature, devastandole e pertanto rendendole instabili e arrecando anche in questo caso danni fisiologici importanti.





Passando al "come" piantare la nostra alberatura, è importante prima di iniziare a scavare aver ben chiaro il tipo di albero che andremo a mettere a dimora, le sue esigenze in termini di spazio, di luce e soprattutto di terreno. Tutto questo per garantire lo sviluppo in salute della pianta stessa nella sua fase di accrescimento.

In termini tecnici, un foro di impianto di un albero, va eseguito utilizzando degli attrezzi, a mano o meccanici (escavatori), che abbaino la possibilità di lasciare le pareti del foro abbastanza frastagliate, quindi senza pareti lisce e compattate. le pareti compatte e lisce, come quelle ottenute con fori da trivella, non favoriscono lo sviluppo della radice, ricreado un "effetto vaso" (invalicabile) che rischia di farle attorcigliare a se stesse, strozzare il colletto e non esplorare il terreno.

Una radice che non esplora il terreno, significa da un punto di vista fisiologico, uno scarso assorbimento dei nutrienti, una bassa vigoria, difficoltà alla cicatrizzazione dell'apparato epigeo, scarse difese, pianta complessivamente indebolita e soggetta ad attacchi di patogeni.

Da un punto di vista meccanico, un effetto vaso, comporta una bassa presa nel terreno dell'apparato radicale e quindi una propensione allo scalzamento maggiore.




Una volta eseguita la buca, se siamo in presenza di un terreno di buon impasto e con un buon apporto di sostanza organica, non fate assolutamente concimazioni di fondo e strati di terriccio o stallatico, infatti questo porterà la radice a non espandersi per via delle buone condizioni che trova nell'immediato. Al contrario se siete in una condizione di terreno sterile, fate una buca più grande (più del triplo della zolla) e miscelate nel terreno di copertura e reinterro, degli ammendanti naturali (compost, letame, ecc) che favoriranno la radice nel suo compito esplorativo.

Passando al tutoraggio, personalemente, preferisco e prediligo il tutoraggio alla zolla, perchè permette alla parte epigea di svilupparsi liberamente con le sollecitazioni reali a cui andrebbe incontro il normale sviluppo del fusto di una pianta da seme.




Ora passiamo all'irrigazione, mai fare un bordo rialzato alla pianta per far in modo di accumulare acqua o la classica buchetta dove poi annaffiare, questo comporta due pericoli, il primo un'asfissia al colletto che porta lentamente alla morte della pianta dovuta ai marciumi dettati dall'umidità, il secondo uno sviluppo delle radici assorbenti avventizie (funzione solo di assorbimento) a discapito di quelle di ancoraggio (funzione di assorbimento esplorativa e di sostegno), dovuta alle condizioni superficiali di benessere e intorno al fusto.





Per questo consiglio sempre di inserire nel foro, prima di posare l'alberatura, il "tubo irrigante", ossia un classico tubo drenante in PVC (forato), posato sul fondo della buca con le due uscite fuori dal livello del terreno. Successivamente alle prime irrigazioni (due o tre circa), che obbligatoriamente vanno fatte sulla pianta, per favorire la compattazione del terreno negli spazi vuoti a seguito del reinterro, effettueremo delle irrigazioni infilando acqua nel tubo drenante, questo permetterà all'acqua di traslare lateralmente e risalire per capillarità e bagnare il terreno inclusa la nostra zolla, senza mai creare

asfissia radicale o peggio ancora al colletto.


Infine, per dare sicurezza agli operatori e salvaguardare la pianta dai classici danni al colletto, dovuti spesso alle operazioni di manutenzione (decespugliatore, tagliaerba, ecc), inseriamo un pezzo di circa 30 cm, di guaina elettrica da esterno, per il passaggio dei cavi elettrici, operando un taglio verticale per tutta la sua lunghezza. A buon prezzo, avremo una protezione davvero resistente del colletto, mentre il taglio verticale, permetterà alla pianta di espellere la protezione automaticamente in base al suo accrescimento.





Seguire questi semplici consigli, darà la possibilità all'alberatura, di accrescersi in modo corretto ed in piena salute, salvaguardando in futuro, la sicurezza di chi ne sfrutti bellezza, bontà e comodità.

Se vi è piaciuto l'articolo lasciate un commento nella mia pagina facebook o qui nel blog!

Un saluto a tutti

Riccardo Frontini


venerdì 25 marzo 2016

SICUREZZA DELL'ALBERO 2 - la qualità delle piante da vivaio


In questo secondo appuntamento, andremo a vedere quali sono i fattori importanti che determinano il futuro delle nostre alberature a seguito dei vari sistemi di allevamento delle pinte in vivaio.

In modo sorprendente, si può tranquillamente affermare che molto della sicurezza dell'albero, dipende dalla scelta del materiale vivaistico, e non è solo la scelta della specie che può fare la differenza tra una pianta sicura ed una no.

Innanzi tutto, possiamo ragionare su due aspetti, il primo quello epigeo (cioè sopra il livello del terreno), fusto e chioma, il secondo quello ipogeo (cioè sotto il levello del terreno), l'apparato radicale.

Quando scegliamo una pianta dal nostro vivaista o da una catena di hobbistica, non dobbiamo soffermarci solamente sulla grandezza o sulla quantità di chioma, ma dobbiamo andare a vedere bene e con attenzione lo stato di salute e la tecnica di allevamento che ha la nostra pianta.

Per prima cosa voglio consigliarvi di non andare a prendere piante eccessivamente grandi, abbiate pazienza e fate crescere con calma una pianta, acquistandola più giovane e quindi più piccola, vi assicuro che la qualità della pianta adulta sarà migliore, e soprattutto la velocità di crescità sarà maggiore, rispetto ad una pianta molto grande che ha più difficoltà nell'attechimento (periodo che va dal trapianto al conclamato svolgimento delle funzioni vitali come germinazione, fogliazione, assorbimento, ecc.).

Ma ora parliamo di come sceglere un'alberatura in relazione all'osservazione della sua parte epigea, quindi andiamo a capire come giudicare il sovracolletto, il fusto, l'impalcatura dei rami e lo sviluppo della chioma.

Prima ancora, è però importante capire, qual è la forma originale della specie di pianta che andiamo ad acquistare, se globosa, se a piramide, ecc. Quindi capire se la pianta in vivaio, ha le dimensioni e la disposizione dei rami che si configurano secondo una forma naturale.

Partiamo ora dall'osservazione del sovracolletto, in alcuni casi qui si hanno segni di innesto, quindi è importante valutare la qualità del callo formatosi, che deve essere equilibrato, cioè senza eccessivi rigonfiamenti o depressioni, nel caso non sia un innesto valutare che non ci siano scortecciature o rotture derivanti dalle attività di manutenzione vivaistiche.
Poi passiamo al fusto e valutiamo eventuali inclinazioni o torsioni e rigonfiamenti eccessivi della corteccia. Un trucco per vedere anche la qualità e la rapidità di crescita, è quello di valutate gli internodi tra le vecchie gemme o i rami passati, per capire se ha avuto una crescita rapida (internodi lunghi) o una crescita lenta e più adeguata (internodi più o meno ravvicinati). Importante capire se ci sono state scortecciature o spaccature del fusto valutando rigonfiamenti oppure sfrangiature della corteccia.


Salendo andiamo a vedere in che condizione è la chioma che dovrà essere equilibrata nella disposizione dei rami e delle giovani branche, con gli apici vegetativi dei rami intatti. Dobbiamo notare se ci sono monconi o disequilibri, non solo causati dalla rottura in passato di rami, ma anche dalla competizione delle chiome in fase di allevamento, che quindi tendono a spostarsi in un senso piuttosto che in un altro, alla ricerca per esempio della luce (succede quando le piante non sono allevate correttamente e troppo attaccate).




Infine, guardate la pianta da lontano, ruotandola davanti a voi e giudicate quella che viene definita "la freccia" della pianta, cioè la disposizione dei rami in proporzione alla grandezza e lunghezza del fusto, che a sua volta deve essere ben equilibrata sia per distanza che per posizionamento rispetto agli apici vegetativi dei rami. Infine, in relazione alla disposizione di tutti gli apici capire se esistono coodominanze o dominanze specifiche di apici rispetto ad altri che rispecchaino o meno l'andatura naturale della pianta.


Ora passiamo alla parte ipogea, imparate, una volta scelta la pianta, a togliergli il vaso prima di acquistarla e guardare lo stato di salute delle radici. Immaginate che dallo stato di salute delle radici dipenderà la configurazione, l'espansione e l'equilibrio dell'apparato radicale una volta piantato l'esemplare nel parco, nel giardino o a bordo strada, per cui influirà anche sulla stabilità dell'albero da adulto.


Togliere il vaso significa vedere se una pianta è realmente da seme o da talea o è stata zollata e poi rinvasata, permette di notare se la pianta è da molto che è rimasta in quel vaso oppure ha subito riinvasi regolari, e ci farà capire quanto la radice sta soffrendo per lo spazio all'interno del vaso e se ci sono strozzature importanti per cui non vale la pena acquistare una pianta del genere.

In un vaso l'apparato radicale è spesso in sofferenza e crea una spirale attorno alle pareti del contenitore che a lungo andare si attorcigliano strozzandosi, questo comporta un'abbassamento del potere assorbente ed un pericoloso mal sviluppo della radice in termini proprio di struttura portante.


Se la pianta invece è in zolla, non possiamo fare molto perchè rompere la zolla sarebbe la cosa più sbagliata, ma appunto per questo, possiamo vedere se la zolla è realmente compatta, equilibrata in relazione al diametro della pianta (normalmente un rapporto diametro pianta/zolla ottimale è 1/10) e soprattutto ben tutorata con rete e stuoia, infine cercate di notare se si notano le radici rotte dall'intervento di zollatura, se sono ben distribuite su tutta la zolla.
Bisogna notare se c'è la presenza di molte piccole radici recise o poche ma grandi, nel secondo caso abbandonate quella pianta, perchè sono state recise radici importanti e sicuramente la zolla è troppo piccola in confronto allo sviluppo della pianta acquistata (succede spesso con gli abeti di Natale).




La scelta di un esemplare sano in ogni sua parte dopo un'attenta anamnesi, ci permetterà di mettere a dimora una pianta con buone aspettative di vita e credenziali ottimali in termini di sicurezza futura, perchè ha la possibilità di crescere equilibrata sia nella sua parte epigea che ipogea.


Ma attenzione è solo l'inizio, come vedremo nei prossimi articoli c'è ancora da fare per ottenere una pianta sicura al 100%.


Perdete tempo nella scelta dell'esemplare giusto e guadagnerete sicurezza e soddisfazioni future.

Infine una mia considerazione, acquistate piante più piccole perchè attecchiscono meglio di quelle più grandi, inoltre una pianta che attecchisce prima e meglio si sviluppa e si accresce più rapidamente perchè soffre di meno.

Un saluto

Riccardo Frontini










venerdì 18 marzo 2016

SICUREZZA DELL'ALBERO - si inizia dalla scelta della specie


In questo articolo, voglio iniziare un cammino che vi farà capire come dobbiamo operare per ottenere un albero sicuro e stabile. Mai come oggi, gli alberi sono importanti nel bene e nel male delle persone, infatti sono gli unici che riescono a diminuire la concentranzione di anidride carbonica nell'aria, ma sono anche gli attori di tristi vicende, di crolli che portano al ferimento e alla morte di cittadini.

La nostra ignoranza in materia ci porta spesso a colpevolizzare gli alberi, a crederli pericolosi per loro natura, ma non è così! La pericolosità degli alberi dipende soprattutto dalle scelte e dai trattamenti che vengono eseguiti da noi uomini nei confronti di questi esseri viventi maestosi e con una storia alle spalle che ci dovrebbe solo far invidia, per capacità di adattamento e complessità di sviluppo.

Pertanto cerchiamo di capire come sbagliare il meno possibile.

PER OTTENERE UNA PIANTA SANA E STABILE occore fare una serie di scelte giuste e ponderate, che partono da concetti basilari come:

- la scelta della specie da inserire,
- la qualità del materiale vivaistico scelto,
- lo spazio a disposizione in relazione alle piante da inserire,
- il sistema di ancoraggio e tutoraggio dell'alberatura a terra,
- le manutenzioni ordinarie e straordinarie da fare,

che tengano assolutamente conto del contesto urbano o extraurbano di insediamento.

Oggi voglio dare dei consigli su come scegliere l'albero da piantare nel vostro giardino o parco privato, o in un parco o un viale pubblico.

Partiamo appunto dalla scelta della specie, questa è la classica domanda che ci facciamo ogni volta che decidiamo di piantare un albero: "ma che pianta ci metto adesso?"

Le cose da valutare, che faranno propendere la scelta per una specie o un'altra, sono poche ma basilari:


1. Spazio a disposizione: per spazio a disposizione non si intende la superficie del giardino, ma la superficie a disposizione degli alberi o del singolo albero che andrò a piantare, pertanto vanno sottratte le zone dove l'albero radica inadeguatamente. Con questo termine intendo, sia ciò che concerne il mal radicamento, come zone impermeabili, zone aride con presenza di inerti, zone eccessivamente umide e acquitrinose, sia quello che riguarda l'interferenza tra pianta e infrastrutture, come reti tecnologiche, recinzioni, pozzi, piscine ecc.


2. Volume di insediamento della pianta: con questo termine prima ancora di scegliere la specie, vado a capire quale volume si addatta meglio alle zone adatte alla piantagione dell'albero. come ad esempio le altezze che l'habitat sopporta, l'architettura che il progetto richiede, le limitazioni che si hanno in termini di volumi ma soprattutto in termini di superfici per l'albero che andrò a piantare. Infatti, l'area di incidenza della chioma corrisponde anche a poco meno (a seconda poi della specie) dell'area esplorativa delle radici. Questo aspetto è importante perchè se noi diamo spazio alle radici, ed alla chioma in maniera adeguata e naturale la pianta crescerà senza particolari competizioni per i fattori vitali, tante piante vicine non entrano in competizione solo per la luce, ma anche per la conolizzazione del terreno da parte della radice.

3. Fattori biologici presenti: la pianta verrà scelta poi anche in funzione ai fattori biologici presenti, come l'andamento della temperatura annua (min. e max), il livello di ombreggiamneto della zona, la tipologia del terreno, la condizione di ventosità dell'area (esposizione ai venti dominanti). C'è un altro fattore che non è puramente biologico, ma di cui dobbiamo assolutamente tenere conto, perchè in ambito urbano specialmente può davvero fare la differenza, cioè, la possibilità di intervenire sulla pianta da parte di arboricoltori esperti.


4. Fattori limitanti (la non scelta): questi sono i fattori che spesso tendiamo a nasconderci perchè magari il nostro desiderio è quello di mettere a dimora piante che in quell'area non hanno le loro condizioni ottimali, ma che ci piaciono, e facciamo finta di non vedere. I fattori limitanti spesso sono i confini presenti (il codice civile obbliga la piantagione di alberi altro fusto ad almeno 3 mt dal confine), l'esposizione (il classico giardino della villetta a schiera esposto a Nord con terreno di riporto argilloso e sterile...ed al centro il limone...disperato e radicato come se fosse un medusa nel deserto), le superfici ridotte (il pino domestico piccino! messo a dimora in una quadrato di terra 3 x 3 mt...dopo 30 anni ne riparliamo!...se non scalza prima).

Elaborati tutti i nostri dati, otterremo una matrice, che ci farà capire di che tipo di pianta abbiamo bisogno. A questo punto affidandoci ad un progettista del verde, ad un esperto arboricoltore o ricercando nozioni in riviste e siti specializzati, individueremo la specie più aidonea e che rispecchia la matrice di dati ottenuta.

Questi sono elementi davero importanti da considerare, ora vi starete chiedendo: "Perchè sono importanti per la stabilità di un albero?"

Per prima cosa, un albero messo a dimora nel luogo giusto con le giuste condizioni fisiologiche, cresce sano e forte, ed un albero sano è più stabile di uno non sano.

Secondariamente, un albero che ha il suo habitat e lo spazio vitale adeguato, non ha bisogno di interventi straordinari, potature eccessive, tagli di capitozzatura indiscriminati, lesioni alle radici perchè infastidiscono il muretto o la pavimentazione. Tutto questo oltre a non intaccare la struttura portante e meccanica dell'albero non va ad aprire porte di entrata per patogeni come funghi e batteri che successivamente possono determinare fenomeni come carie, cancri o malattie che comunque indeboliscono e minano la stabilità dell'albero.

Purtroppo gli alberi non ci aiutano! a volte mi viene voglia di dire che se la cercano! Il loro potente e pionieristico spirito di adattamento, le portano a provarle tutte per resistere, sopportare la messa a dimora sbagliata, fattori biologici al limite, terreni inadeguati ed interventi brutali da parte dell'uomo, rimanendo attaccati alla vita fino all'ultimo, senza mollare mai.

Il problema che in alcuni casi si spengono lentamente ma a volte cedono improvvisamente mollando la presa della vita a cui hanno cercato di rimanere attaccate per così tanto tempo e contro tante avversità. Ma se questo cedere, avviene sopra qualcuno di noi...ecco che allora ci ritroviamo a dargli la colpa per la loro inadeguatezza.

In un articolo di un giornale locale ho letto: "Cade albero sull'auto del sindaco! tragedia sfiorata! Attenzione alle piante assassine!", io avrei scritto diversamente e sarebbe stata più giusta così: "Sindaco pirla! la pianta si vendica dopo anni di sofferenza e gli cade sull'auto!"

Per cui ATTENZIONE! per avere piante sane e stabili e per la sicurezza delle persone, i primi passi sono fondamentali, da li sviluppiamo o meno il rischio di cedimento di un albero.

A presto

Riccardo Frontini

www.drfrontini.it
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